SIAMO CIÒ E COME MANGIAMO


Siamo ciò e come mangiamo. Questo concetto ha grande importanza nella disciplina dello Yoga ed in uno dei testi fondamentali di riferimento lo Hatha Yoga Pradipika ( La lucerna dello hatha yoga ) si parla della quantità e della qualità del cibo da assumere affinché esso sia un sostegno per la nostra pratica e non un ostacolo. In particolare in questo testo troviamo delle linee guida essenziali per regolare il nostro rapporto con il cibo che rappresenta la prima forma di interazione con il mondo esterno e dalla quale sono poi influenzate tutte le altre forme. Fondamentale è il concetto di Mitahara, che significa cibo moderato o moderazione nel cibo. Si dovrebbe mangiare solo quando si ha fame e lo stomaco non dovrebbe essere riempito completamente, ma solo per tre quarti, lasciando un quarto per la circolazione del cibo stesso e dell'aria. Questa forma di autoregolazione interna dell'organismo che dovrebbe essere perfettamente naturale e spontanea, dovuta semplicemente all’innata saggezza del nostro corpo, oggi è molto difficile da attuare per la maggioranza delle persone poiché il cibo da nutrimento si è trasformato in una valvola di sfogo attraverso cui scaricare emozioni represse come rabbia, ansia, frustrazione, noia. Il cibo è diventato un surrogato spesso qualitativamente scadente per soddisfare una “fame di qualcos'altro” che sentiamo mancare nella nostra vita, che sia affetto, amore, attenzione, apprezzamento, sessualità ecc. Ovviamente questi meccanismi di compensazione sono ampiamente noti all'industria alimentare e vengono continuamente stimolati e inculcati dai messaggi pubblicitari da cui siamo costantemente bombardati. Come possiamo uscirne? La pratica costante e continuata delle tecniche psicofisiche dello hatha yoga come le posture fisiche, le tecniche respiratorie, di rilassamento, concentrazione e meditazione può aiutarci in modo concreto a ristabilire la connessione con la saggezza del nostro corpo, in modo da saperlo ascoltare e rispettare. Uno dei benefici di una pratica costante è quello di saper riconoscere ed avvertire chiaramente il senso di fame e quello di sazietà. Attraverso una maggiore consapevolezza del corpo e dei suoi processi fisiologici, impariamo ad evitare gli eccessi alimentari oppure di usare il cibo compulsivamente come valvola di sfogo. Inoltre sempre nel medesimo testo, si afferma che è importante anche lo stato d'animo con cui si assume il cibo. Mangiare di fretta, con tensione, rabbia o con senso di colpa è molto dannoso per il nostro sistema, visto che con il cibo ingurgitiamo anche le tossine di queste emozioni dannose, con inevitabili ripercussioni negative sia a livello fisico che mentale. È fondamentale quindi mangiare quanto più possibile in un’atmosfera serena, evitando l'interazione con i social media, masticando bene e lentamente ( dall'inizio del pasto devono trascorrere all'incirca 20 minuti affinché al cervello arrivino i primi segnali di sazietà) , con uno stato d'animo calmo e rilassato, in modo che l'atto stesso di nutrirsi diventi un gesto pienamente consapevole.
Con il tempo si acquisirà naturalmente anche la capacità di evitare i cibi che non sono adatti al nostro corpo e quelli che sono di ostacolo alla pratica yogica, privilegiando solo quelli che invece sono nutrienti, ricchi di prana (energia vitale) e che possiedono le qualità sattviche di purezza, leggerezza, digeribilità.
Nella tradizione spirituale dell'India il cibo prima di essere consumato viene offerto in dono al Divino come Prasadam e poi viene mangiato con devozione e gratitudine, riconoscendone cioè l”intrinseca natura divina. Il cibo così offerto è manifestazione di Brahman, dell’Assoluto di cui noi stessi siamo parte.
Il nostro corpo tende naturalmente verso l'equilibrio, lo stato di omeostasi. La pratica costante dello hatha yoga, attraverso il cammino dell'ascolto di noi stessi e della consapevolezza, può costituire una via per ritrovare questo equilibrio laddove esso sia disturbato o compromesso.
Il corpo è come un tempio, abbiamo noi stessi la responsabilità di prendercene cura poiché è il luogo del nostro risveglio spirituale.

LE ORIGINI ED IL SIMBOLISMO DEL SURYANAMASKAR, IL SALUTO AL SOLE


L’espressione surya- namaskar è composta dalle parole sanscrite surya- sole e namaskar- saluto o omaggio e significa quindi “saluto al sole”.  Si tratta senza dubbio di una delle pratiche più conosciute e diffuse del mondo dello Hatha Yoga,  tuttavia la questione delle origini è ancora assai incerta e dibattuta . I tradizionalisti sostengono che la sequenza abbia almeno 2500 anni e che sia nata in epoca vedica (intorno al 1500- 500 a.C.) come rituale di adorazione del sole all’alba accompagnato dalla recitazione di mantra, offerte di riso, fiori e libagioni d’acqua. Altri sostengono invece che si tratti, perlomeno nella sua forma attuale, di una pratica relativamente “giovane” se paragonata alla nascita dello Yoga che si perde nella notte dei tempi e considerando che non è menzionata nei testi classici della tradizione. Tuttavia proprio in virtù delle sue caratteristiche il Saluto al sole è un esercizio che fa parte a pieno titolo delle pratiche yogiche in quanto è uno dei metodi più utili per indurre una vita sana e vigorosa e allo stesso tempo per preparare il risveglio spirituale e l’espansione della consapevolezza.
Un’altra interessante teoria invece attribuisce l’origine del Suryanamaskar ai Parsi, popolo che fu devoto ad un'unica divinità, Ahura Mazda, chiamato Signore della Luce e del Cielo. Nel VII secolo a.C. i seguaci di questa religione monoteista, il mazdeismo appunto, per sfuggire all’invasione islamica in Persia si rifugiarono in India e si stabilirono a Bombay, inserendo così nel repertorio delle pratiche yogiche  un rituale solare costituito da una serie di posizioni che nell’antichità venivano invece eseguite separatamente.
La forma attuale del Suryanamaskar, così com’è praticato nella maggioranza delle scuole e nelle sue innumerevoli varianti, sembra essere invece un’acquisizione recente dello Hatha yoga risalente agli inizi del novecento quando fu ideato dal Raja di Aundh (antico stato dell’India che oggi fa parte dell’attuale Maharashtra) e poi diffuso in Occidente negli anni venti e trenta del secolo scorso e successivamente negli anni settanta grazie ad un testo scritto da un autore indiano Apa P. Pant .
Nel caso del Suryanamaskar come per altre posizioni classiche dello Hatha yoga, storia e leggenda, tradizione e mito s’intrecciano fino a sfumare i propri confini e si narra perciò che il saggio Vishvamitra ( letteralmente “amico del mondo”) insegnò a Rama questa serie di posizioni accompagnate dai mantra alla vigilia della battaglia contro Ravana e proprio la conoscenza del suryanamaskar permise a Rama di sconfiggere il nemico più forte e superiore in armi e di diventare il re della stirpe solare del Ramayana. Altrove si narra, invece, che il Saluto al Sole fosse l’antico saluto dei Guerrieri del Sole che lo eseguivano affinché l’energia solare penetrasse in loro. La tradizione lo attribuisce al Maestro Drona che lo insegnò ai giovani principi Pandava e Kaurava per istruirli all’arte della guerra e soprattutto per insegnare loro ad affrontare il vero nemico cioè le avversità che la vita ci pone davanti e che questa pratica aveva il pregio di aiutare a superare .
Nella cultura indiana  il Saluto al Sole è una pratica che ci viene tramandata dai saggi dei tempi vedici che nei loro rituali quotidiani adoravano il sole come simbolo della coscienza spirituale. La venerazione del sole esteriore ed interiore come naturale e primitiva forma di espressione dell’uomo, era un rituale sociale e religioso che serviva a placare le forze della natura oltre a rendere omaggio al sole come fonte di Vita ed Energia. Questi saggi illuminati constatarono come questa serie di esercizi contribuiva al mantenimento della salute e nel contempo favoriva una migliore convivenza sociale. 
Si dice che ci siano tanti modi diversi per eseguire il Saluto al Sole quanti yogin sotto il sole. A parte delle piccole diversità, le dodici posizioni basilari che formano un semi ciclo sono le stesse. Ci sono due momenti privilegiati per praticare il Suryanamaskar e sono l'alba ed il tramonto, se è possibile rivolti verso il sole. Tuttavia ogni altro momento della giornata è buono purché a stomaco vuoto. Per iniziare si possono eseguire 2/4/6 cicli completi sincronizzando il respiro con il movimento fluido come in una danza, e poi con gradualità e costanza si può aumentare fino a dodici che rappresenta l'ottimo in questa pratica meravigliosa di rivitalizzazione solare, che costituisce una Sadhana, cioè una pratica spirituale completa in se stessa. Al termine dei cicli ci si può distendere sul dorso in shavasana ad occhi chiusi ed osservare il respiro spontaneo.

 YOGA E LE NOSTRE EMOZIONI 

Chi pratica Yoga da tempo sa bene per esperienza, che a volte può capitare di sentire un improvviso bisogno di piangere, proprio mentre si sta mantenendo un asana, oppure durante l’esecuzione di una tecnica di pranayama, talvolta mentre si è distesi a terra durante il rilassamento finale o perfino durante la meditazione. Per quanto possa sembrarci strano all’inizio, è qualcosa di assolutamente normale, ed è bene che ciò accada anche se troviamo la cosa imbarazzante se non addirittura inquietante per via dei preconcetti e condizionamenti che abbiamo verso noi stessi e verso il pianto. Capita spesso che ci si spaventi di fronte a questa inaspettata eventualità, che invece dovremmo riconoscere come una vera e propria benedizione. Lo Yoga come disciplina olistica ha un profondo effetto su ogni dimensione che compone l’individuo, quella fisica, emotiva, mentale e spirituale e ne riconosce soprattutto l’intima interconnessione ed interdipendenza.
Le posizioni di Yoga ad esempio agiscono non solo sul piano fisico, ma anche su quello emotivo, energetico, mentale, e fungono come da catalizzatori dell’alchimia che ha luogo nel nostro organismo, facendo emergere ciò che è latente, sbloccando ciò che è bloccato. Piangere è una forma di espressione delle nostre emozioni più profonde e di purificazione sia fisica che mentale. Un modo naturale e sano per attraversare e metabolizzare ciò che altrimenti rimarrebbe imprigionato dentro di noi. Piangere significa permettere ad ansia, rabbia, angoscia di attraversare il nostro corpo come un’onda e di uscire attraverso le lacrime, piuttosto che bloccare queste emozioni in una parte del corpo, per mesi o per anni, finché poi il dolore accumulato a lungo non si trasformi e si manifesti sotto forma di disagio o malattia.
Pensiamo ai bambini che non avendo ancora inibizioni e condizionamenti culturali si sfogano liberamente attraverso il pianto, per poi tornare a sorridere una volta che tutto è passato. Anche quando diveniamo adulti dovremmo ricordarci di quella innata capacità di abbandonarci ad esso, ma in modo consapevole e senza giudizi verso noi stessi, senza vergogna né senso di colpa, semplicemente restando con l’emozione del momento, senza lottare contro di essa, passarci attraverso in piena presenza mentale, in un pianto liberatorio e purificante tanto per il corpo che per la mente. Osho diceva che il pianto è come una bella doccia dell’anima: quando è finito, ne usciamo freschi e leggeri e pienamente rigenerati.

LO YOGA NON E' UNA PILLOLA

Diverse persone si avvicinano allo Yoga in un periodo di grande stress e tensione e si aspettano che i propri problemi psicofisici si risolvano magicamente in un baleno, come appunto prendendo una pillola.
Succede talvolta quindi che, dopo appena un mese di frequentazione delle lezioni, alcuni credano disattese le proprie aspettative e che arrivino alla conclusione che lo Yoga non faccia per loro.
Si tratta ovviamente di una conclusione affrettata e spesso sbagliata.
In realtà lo Yoga con la sua ricchezza e completezza di tecniche può migliorare la qualità della nostra vita in modo tangibile e duraturo, tuttavia è necessario lasciare da parte l’ansia di voler ottenere tutto e subito e puntare piuttosto sulla costanza della pratica. E’ necessario soprattutto concedersi del tempo. L’impazienza, il non saper attendere, può essere un grande ostacolo per chi si avvicina a questa disciplina per la prima volta. Pensandoci bene però, se un blocco fisico o psicologico ci ha impiegato decenni per consolidarsi, come possiamo pretendere che si risolva dopo qualche settimana?
Diversi studi dimostrano, infatti,che i primi benefici di una pratica regolare di 1/2 lezioni alla settimana arrivino dopo una frequenza che va dai tre ai sei mesi.
Per questo continuità e perseveranza sono fondamentali se si intende progredire passo dopo passo con un’andatura costante che ci permetta di gioire dei nostri piccoli grandi successi e di accettare serenamente i nostri limiti del momento, senza sentirsi frustrati o demotivati.
Se si riesce a superare questo primo scoglio iniziale, allenandosi all’ascolto di se stessi, del corpo e del proprio mondo interiore, questa consapevolezza diverrà una solida base per un reale e costruttivo progresso.
Lo yoga non è una pillola che prendiamo svogliatamente rimanendo passivi e aspettando che faccia effetto. Lo yoga è una disciplina che parte da un impegno che prendiamo attivamente con noi stessi ogni giorno e che ci rende pienamente consapevoli e responsabili della nostra vita, fautori delle nostre scelte e del nostro benessere. Lo Yoga è pratica.