IN CAMMINO SULLA VIA FEMMINILE DELLO YOGA 


Credo che la mia personale scoperta di una via femminile dello Yoga sia stato il naturale approdo del mio viaggio attraverso questa meravigliosa disciplina e filosofia,  iniziato più di venti anni fa. Abbracciare questa via particolare è stato spontaneo come il  processo di maturazione di un frutto, ma mi ci sono voluti anni perché  è anche una sintesi delle mie esperienze di praticante, del  percorso formativo che ho intrapreso come insegnante, ed infine della mia esperienza di donna nel mio rapporto con la femminilità  e nel passaggio attraverso le diverse stagioni della vita.
 Dal 2013 infatti, sulla soglia dei quarant'anni e grazie ad una serie di circostanze di vita, intense esperienze di viaggio in India  ed incontri speciali , ho iniziato sempre più ad interessarmi  e ad accogliere questa visione dello Yoga al Femminile
La maggioranza dei praticanti in occidente è costituita da donne, ed io stessa come insegnante  mi sono rapportata  in questi sedici anni  soprattutto  ad allieve, così ho iniziato ad interrogarmi sul senso di questo binomio Yoga /Femminilità.  Cominciai a riflettere per la prima volta sul fatto  che  questa disciplina in passato e specialmente nelle  forme codificate classiche ed ortodosse era riservata solo agli uomini.  
Uno “ yoga da uomini per gli uomini”, fatta eccezione per alcune correnti  tantriche e sull’ipotesi sempre più verosimile  di uno Yoga originario, sciamanico, pre- vedico,  risalente al Paleolitico e Neolitico,  frutto di un'antichissima cultura matriarcale.
 E’ inoltre un dato di fatto che lo Hatha Yoga contemporaneo o parte di esso, nei suoi molteplici stili, sia praticato per la maggior parte da donne, sebbene i metodi ed i lignaggi di riferimento siano soprattutto maschili e l’approccio a questa disciplina continui a seguire  principalmente un paradigma maschile, salvo poche eccezioni . 
Anni fa questa nuova consapevolezza  fece emergere anche nel mio percorso individuale, una “dissonanza” che prima non avevo  mai avvertito. 
Io stessa all’inizio della mia pratica e per diversi anni di seguito,  mi dedicai con entusiasmo e grande slancio ad uno stile di yoga originario del sud dell’India , oggi  più conosciuto e diffuso di quanto non lo fosse negli anni novanta, l’Ashtanga Vinyasa secondo la tradizione di Sri Patthabi Jois, che è un metodo molto dinamico e marziale.
Ricordo che grazie ad una  pratica intensa e costante Il mio corpo minuto ed esile si era notevolmente fortificato, con tutti quei chaturanga, jump back , jump through, avevo sviluppato dei bicipiti e tricipiti quasi da bodybuilder! Sono  grata a  questo metodo così rigoroso, vigoroso e lineare  perché  mi fu molto d’aiuto all’epoca che ero una ragazza di vent’anni per  purificarmi da tutte le tossine che accumulavo incautamente a causa di uno stile di vita non sempre salutare e corretto.
 E’ stato l’inizio di un processo di trasformazione che ha iniziato a plasmarmi ed ha senza dubbio contribuito ad accrescere la consapevolezza ed  il rispetto per il mio corpo e la  fiducia in me stessa.  Ma dopo  otto anni, mi accorsi di essere alla ricerca di un cambiamento, alla ricerca di qualcosa di diverso  che non sapevo ancora definire. Solo più tardi  mi resi  conto che  le sensazioni dissonanti  che avvertivo, erano proprio il segnale che inconsapevolmente  avevo cominciato a sentire che stavo nutrendo con quel tipo di pratica e con quel tipo di atteggiamento del “fare bene e progredire nella sequenza” solo la parte maschile di me stessa, dimenticando però quella femminile. Il mio corpo prima ancora della mia mente aveva percepito la necessità  di un bilanciamento.
Iniziando il cammino formativo con la FIY, ho così voltato pagina ed ho iniziato a studiare le tradizioni del nord dell’India, in particolare la scuola di Swami Sivananda ed il suo ricco lignaggio, come la scuola di Swami Satyananda e Swami Vishnudevananda, 
e gli insegnamenti dei primi pionieri europei dello Yoga in occidente, 
come André e Denise Van Lysebeth.
Incontrai uno Yoga molto diverso rispetto a quello cui ero abituata, sicuramente più lento, statico e meditativo, molto più incentrato sull’ascolto piuttosto che sugli allineamenti  e  la forza. Incentrato sull’essere nello Yoga e lasciare che la pratica “accada” 
 piuttosto che sul “fare yoga”.
Negli anni successivi attraverso il prezioso incontro e confronto con maestre italiane ed internazionali che approfondivano l’aspetto simbolico e femminile,  diversi viaggi nei luoghi della spiritualità indiana,  studi sulla tradizione tantrica e sugli archetipi della femminilità con particolare riferimento alle dee della tradizione indiana, ho capito che il mio percorso stava prendendo decisamente  una nuova entusiasmante direzione.
Tutto cominciò con la domanda che rivolsi sinceramente a me stessa un giorno, la mia pratica ed il mio modo di praticare e anche di insegnare rispettano il mio essere donna e onorano la femminilità?
Credo che forse a venti a trent’anni si pensi  poco a questo, ma sinceramente quando ci si incammina sulla strada verso la mezza età e ci si prepara ad uno nuovo importante punto di svolta nella vita di una donna, credo che la prospettiva cambi decisamente.
Mi sono chiesta se lo Yoga potesse essere una via per  valorizzare  l’Essenza del Femminile in ognuna di noi, per riconoscere la nostra natura ciclica ed apprezzarne i suoi doni  unici , per comprendere il legame speciale che ci lega le une alle altre come sorelle e che ci lega alla terra come nostra Madre.
La risposta che ho maturato è che lo Yoga oggi può essere anche un percorso esperienziale di maggiore conoscenza e comprensione dedicato alle donne che sono alla coraggiosa ricerca di se stesse al di là dei ruoli ricoperti nella società. 
Una via per scoprire il proprio potenziale e la capacità di espressione della propria creatività, della propria libertà di essere ciò che siamo, al di là dei condizionamenti  stereotipati che la società ci propina e che spesso  impone un “dover essere” nel quale non ci riconosciamo. Una pratica yogica che esprime e celebra  la complessità, la ricchezza, la bellezza dell’essenza femminile nelle sue molteplici sfumature e costituisce il terreno fertile per coltivare i semi dell'accoglienza, accettazione, compassione, grazia, gentilezza, radicamento, resilienza, coraggio. Una pratica per ritrovare un'intima fiducia in noi stesse, nell’intelligenza del corpo e nella sua innata capacità di rigenerarsi e guarire e per sintonizzarci sulle frequenze della saggezza del cuore che sa rendere luminosa la mente.
Lo Yoga al Femminile può essere un percorso iniziatico fatto da donne per le donne nel loro naturale cammino attraverso i cicli e le fasi della vita. Un rituale vissuto attraverso il corpo e la mente,  per riconoscere la nostra unicità, il nostro valore e la nostra intrinseca natura di ricercatrici, maestre di Vita , iniziatrici.
Anch’io ho vissuto questo bisogno pressante di accettazione e riconciliazione con me stessa e con il mio essere “donna in questo mondo”,  anche se in un modo meno drammatico rispetto ad altre donne, le cui storie mi hanno toccato profondamente ed hanno contribuito ad ispirare ed  indirizzare negli anni il mio cammino in questo senso.
Ciò che insegno oggi è anche la condivisione di questa mia esperienza personale,  che per alcuni aspetti  riguarda  diverse generazioni di donne ed il contesto socio-culturale all’interno del quale sono cresciute e che ci ha ovviamente  profondamente condizionate attraverso tutta una serie di modelli inadeguati, di tabù e false credenze.
La via femminile dello Yoga di oggi  è figlia di questi tempi e del nostro attuale modo di vivere. Non è una voglia di rivalsa storica rispetto ad una cultura patriarcale che sembra  aver fagocitato tutte le tracce di un’ancestrale  sapienza femminile, anche in ambito yogico , quanto piuttosto  l’ascoltare e dare voce ad un bisogno condiviso da molte donne, che sentono di voler esprimere la verità del proprio mondo interiore nel prezioso  dialogo e confronto con la comunità femminile e nel rapporto con il maschile.
Infine, credo che la storia dello Yoga e delle sue vie tradizionali segua  un suo  ordine superiore che trascende i singoli momenti storici della sua evoluzione e trasformazione, e che  in ultima analisi sia a livello micro che macro cosmico sia proprio l’armonioso ricongiungersi del Femminile con il Maschile, dello Spirito con la Materia,di Energia e Coscienza,  di Shiva e Shakti,  l’auspicabile destinazione finale.
Probabilmente anche quella che stiamo vivendo attualmente è  una “fase transitoria” di un disegno molto più grande ed imperscrutabile, ma comunque anche nel nostro piccolo possiamo promuovere un cambiamento ed un rapporto più equilibrato ed equanime tra le parti, nell’eterno gioco tra le polarità opposte e complementari .
Sebbene sia davvero ardua l’impresa di far rivivere oggi  fedelmente  quelle antiche tradizioni che sono state peraltro volutamente  occultate e rese inaccessibili, in cui la donna attraverso  la sacralità del suo  corpo e le sue speciali siddhi , era considerata  yogini, sciamana, guaritrice, guru, ed essa stessa come Dea, poiché espressione della onnipervadente Energia Femminile, la  Shakti.  Possiamo comunque ripartire da noi stesse e dal momento presente, da un punto preciso  che è  il nostro ri-connetterci consapevolmente  alla Terra, alla nostra natura ciclica che da sempre esiste e ci accomuna  e che contiene in se stessa la potenzialità di una genuina pratica spirituale.
Mi auguro che ciò possa essere una delle vie possibili, per restituire passo dopo passo valore e bellezza al Femminile e iniziare ad amarlo, ad amarci noi per prime, in modo autentico e gioioso.
Questa è la mia speranza e l’augurio che faccio di cuore a tutte le yogini che vorranno camminare con me lungo questo nuovo appassionante sentiero. 
Namaste
Lucia

Apsara scultura, Uttar Pradesh- Wikimedia Commons Image

SIAMO CIÒ E COME MANGIAMO


Siamo ciò e come mangiamo. Questo concetto ha grande importanza nella disciplina dello Yoga e nell'Ayurveda, ed infatti in uno dei testi fondamentali di riferimento, lo Hatha Yoga Pradipika ( La lucerna dello hatha yoga ), si parla della quantità e della qualità del cibo da assumere affinché esso sia un sostegno per la nostra pratica e non un ostacolo. In particolare in questo testo troviamo delle linee guida essenziali per regolare il nostro rapporto con il cibo che rappresenta la prima forma di interazione con il mondo esterno e dalla quale sono poi influenzate tutte le altre forme. Fondamentale è il concetto di Mitahara, che significa cibo moderato o moderazione nel cibo. Si dovrebbe mangiare solo quando si ha fame e lo stomaco non dovrebbe essere riempito completamente, ma solo per tre quarti, lasciando un quarto per la circolazione del cibo stesso e dell'aria. Questa forma di autoregolazione interna dell'organismo che dovrebbe essere perfettamente naturale e spontanea, dovuta semplicemente all’innata saggezza del nostro corpo, oggi è molto difficile da attuare per la maggioranza delle persone poiché il cibo da nutrimento si è trasformato in una valvola di sfogo attraverso cui scaricare emozioni represse come rabbia, ansia, frustrazione, noia. Il cibo è diventato un surrogato spesso qualitativamente scadente per soddisfare una “fame di qualcos'altro” che sentiamo mancare nella nostra vita, che sia affetto, amore, attenzione, apprezzamento, sessualità ecc. Ovviamente questi meccanismi di compensazione sono ampiamente noti all'industria alimentare e vengono continuamente stimolati e inculcati dai messaggi pubblicitari da cui siamo costantemente bombardati. Come possiamo uscirne? La pratica costante e continuata delle tecniche psicofisiche dello hatha yoga come le posture fisiche, le tecniche respiratorie, di rilassamento, concentrazione e meditazione può aiutarci in modo concreto a ristabilire la connessione con la saggezza del nostro corpo, in modo da saperlo ascoltare e rispettare. Uno dei benefici di una pratica costante è quello di saper riconoscere ed avvertire chiaramente il senso di fame e quello di sazietà. Attraverso una maggiore consapevolezza del corpo e dei suoi processi fisiologici, impariamo ad evitare gli eccessi alimentari oppure di usare il cibo compulsivamente come valvola di sfogo. Inoltre è  molto importante anche lo stato d'animo con cui si assume il cibo. Mangiare di fretta, con tensione, rabbia o con senso di colpa è molto dannoso per il nostro sistema, visto che con il cibo ingurgitiamo anche le tossine di queste emozioni dannose, con inevitabili ripercussioni negative sia a livello fisico che mentale. È fondamentale quindi mangiare quanto più possibile in un’atmosfera serena, evitando l'interazione con i social media, masticando bene e lentamente ( dall'inizio del pasto devono trascorrere all'incirca 20 minuti affinché al cervello arrivino i primi segnali di sazietà) , con uno stato d'animo calmo e rilassato, in modo che l'atto stesso di nutrirsi diventi un gesto pienamente consapevole.
Con il tempo si acquisirà naturalmente anche la capacità di evitare i cibi che non sono adatti al nostro corpo e quelli che sono di ostacolo alla pratica yogica, privilegiando solo quelli che invece sono nutrienti, ricchi di prana (energia vitale) e che possiedono le qualità sattviche di purezza, leggerezza, digeribilità.
Nella tradizione spirituale dell'India il cibo prima di essere consumato viene offerto in dono al Divino come Prasadam e poi viene mangiato con devozione e gratitudine, riconoscendone cioè l”intrinseca natura divina. Il cibo così offerto è manifestazione di Brahman, dell’Assoluto di cui noi stessi siamo parte.
Il nostro corpo tende naturalmente verso l'equilibrio, lo stato di omeostasi. La pratica costante dello hatha yoga, attraverso il cammino dell'ascolto di noi stessi e della consapevolezza, può costituire una via per ritrovare questo equilibrio laddove esso sia disturbato o compromesso.
Il corpo è come un tempio, abbiamo noi stessi la responsabilità di prendercene cura poiché è il luogo del nostro risveglio spirituale.

LE ORIGINI ED IL SIMBOLISMO DEL SURYANAMASKAR, IL SALUTO AL SOLE


L’espressione surya- namaskar è composta dalle parole sanscrite surya- sole e namaskar- saluto o omaggio e significa quindi “saluto al sole”.  Si tratta senza dubbio di una delle pratiche più conosciute e diffuse del mondo dello Hatha Yoga,  tuttavia la questione delle origini è ancora assai incerta e dibattuta . I tradizionalisti sostengono che la sequenza abbia almeno 2500 anni e che sia nata in epoca vedica (intorno al 1500- 500 a.C.) come rituale di adorazione del sole all’alba accompagnato dalla recitazione di mantra, offerte di riso, fiori e libagioni d’acqua. Altri sostengono invece che si tratti, perlomeno nella sua forma attuale, di una pratica relativamente “giovane” se paragonata alla nascita dello Yoga che si perde nella notte dei tempi e considerando che non è menzionata nei testi classici della tradizione. Tuttavia proprio in virtù delle sue caratteristiche il Saluto al sole è un esercizio che fa parte a pieno titolo delle pratiche yogiche in quanto è uno dei metodi più utili per indurre una vita sana e vigorosa e allo stesso tempo per preparare il risveglio spirituale e l’espansione della consapevolezza.
Un’altra interessante teoria invece attribuisce l’origine del Suryanamaskar ai Parsi, popolo che fu devoto ad un'unica divinità, Ahura Mazda, chiamato Signore della Luce e del Cielo. Nel VII secolo a.C. i seguaci di questa religione monoteista, il mazdeismo appunto, per sfuggire all’invasione islamica in Persia si rifugiarono in India e si stabilirono a Bombay, inserendo così nel repertorio delle pratiche yogiche  un rituale solare costituito da una serie di posizioni che nell’antichità venivano invece eseguite separatamente.
La forma attuale del Suryanamaskar, così com’è praticato nella maggioranza delle scuole e nelle sue innumerevoli varianti, sembra essere invece un’acquisizione recente dello Hatha yoga risalente agli inizi del novecento quando fu ideato dal Raja di Aundh (antico stato dell’India che oggi fa parte dell’attuale Maharashtra) e poi diffuso in Occidente negli anni venti e trenta del secolo scorso e successivamente negli anni settanta grazie ad un testo scritto da un autore indiano Apa P. Pant .
Nel caso del Suryanamaskar come per altre posizioni classiche dello Hatha yoga, storia e leggenda, tradizione e mito s’intrecciano fino a sfumare i propri confini e si narra perciò che il saggio Vishvamitra ( letteralmente “amico del mondo”) insegnò a Rama questa serie di posizioni accompagnate dai mantra alla vigilia della battaglia contro Ravana e proprio la conoscenza del suryanamaskar permise a Rama di sconfiggere il nemico più forte e superiore in armi e di diventare il re della stirpe solare del Ramayana. Altrove si narra, invece, che il Saluto al Sole fosse l’antico saluto dei Guerrieri del Sole che lo eseguivano affinché l’energia solare penetrasse in loro. La tradizione lo attribuisce al Maestro Drona che lo insegnò ai giovani principi Pandava e Kaurava per istruirli all’arte della guerra e soprattutto per insegnare loro ad affrontare il vero nemico cioè le avversità che la vita ci pone davanti e che questa pratica aveva il pregio di aiutare a superare .
Nella cultura indiana  il Saluto al Sole è una pratica che ci viene tramandata dai saggi dei tempi vedici che nei loro rituali quotidiani adoravano il sole come simbolo della coscienza spirituale. La venerazione del sole esteriore ed interiore come naturale e primitiva forma di espressione dell’uomo, era un rituale sociale e religioso che serviva a placare le forze della natura oltre a rendere omaggio al sole come fonte di Vita ed Energia. Questi saggi illuminati constatarono come questa serie di esercizi contribuiva al mantenimento della salute e nel contempo favoriva una migliore convivenza sociale. 
Si dice che ci siano tanti modi diversi per eseguire il Saluto al Sole quanti yogin sotto il sole. A parte delle piccole diversità, le dodici posizioni basilari che formano un semi ciclo sono le stesse. Ci sono due momenti privilegiati per praticare il Suryanamaskar e sono l'alba ed il tramonto, se è possibile rivolti verso il sole. Tuttavia ogni altro momento della giornata è buono purché a stomaco vuoto. Per iniziare si possono eseguire 2/4/6 cicli completi sincronizzando il respiro con il movimento fluido come in una danza, e poi con gradualità e costanza si può aumentare fino a dodici che rappresenta l'ottimo in questa pratica meravigliosa di rivitalizzazione solare, che costituisce una Sadhana, cioè una pratica spirituale completa in se stessa. Al termine dei cicli ci si può distendere sul dorso in shavasana ad occhi chiusi ed osservare il respiro spontaneo.

 YOGA E LE NOSTRE EMOZIONI 

Chi pratica Yoga da tempo sa bene per esperienza, che a volte può capitare di sentire un improvviso bisogno di piangere, proprio mentre si sta mantenendo un asana, oppure durante l’esecuzione di una tecnica di pranayama, talvolta mentre si è distesi a terra durante il rilassamento finale o perfino durante la meditazione. Per quanto possa sembrarci strano all’inizio, è qualcosa di assolutamente normale, ed è bene che ciò accada anche se troviamo la cosa imbarazzante se non addirittura inquietante per via dei preconcetti e condizionamenti che abbiamo verso noi stessi e verso il pianto. Capita spesso che ci si spaventi di fronte a questa inaspettata eventualità, che invece dovremmo riconoscere come una vera e propria benedizione. Lo Yoga come disciplina olistica ha un profondo effetto su ogni dimensione che compone l’individuo, quella fisica, emotiva, mentale e spirituale e ne riconosce soprattutto l’intima interconnessione ed interdipendenza.
Le posizioni di Yoga ad esempio agiscono non solo sul piano fisico, ma anche su quello emotivo, energetico, mentale, e fungono come da catalizzatori dell’alchimia che ha luogo nel nostro organismo, facendo emergere ciò che è latente, sbloccando ciò che è bloccato. Piangere è una forma di espressione delle nostre emozioni più profonde e di purificazione sia fisica che mentale. Un modo naturale e sano per attraversare e metabolizzare ciò che altrimenti rimarrebbe imprigionato dentro di noi. Piangere significa permettere ad ansia, rabbia, angoscia di attraversare il nostro corpo come un’onda e di uscire attraverso le lacrime, piuttosto che bloccare queste emozioni in una parte del corpo, per mesi o per anni, finché poi il dolore accumulato a lungo non si trasformi e si manifesti sotto forma di disagio o malattia.
Pensiamo ai bambini che non avendo ancora inibizioni e condizionamenti culturali si sfogano liberamente attraverso il pianto, per poi tornare a sorridere una volta che tutto è passato. Anche quando diveniamo adulti dovremmo ricordarci di quella innata capacità di abbandonarci ad esso, ma in modo consapevole e senza giudizi verso noi stessi, senza vergogna né senso di colpa, semplicemente restando con l’emozione del momento, senza lottare contro di essa, passarci attraverso in piena presenza mentale, in un pianto liberatorio e purificante tanto per il corpo che per la mente. Osho diceva che il pianto è come una bella doccia dell’anima: quando è finito, ne usciamo freschi e leggeri e pienamente rigenerati.

LO YOGA NON E' UNA PILLOLA

Alcune persone che si avvicinano per la prima volta allo Yoga  in un periodo di grande stress e tensione, spesso lo fanno con la forte aspettativa che i propri problemi psicofisici si risolvano magicamente in un baleno, come appunto prendendo una pillola.
Succede talvolta quindi che, dopo appena un mese di frequentazione delle lezioni, alcuni credano disattese le proprie aspettative e che arrivino alla conclusione che lo Yoga non faccia per loro.
Si tratta ovviamente di una conclusione affrettata e spesso sbagliata.
In realtà lo Yoga con la sua ricchezza e completezza di tecniche può migliorare la qualità della nostra vita in modo tangibile e duraturo, tuttavia è necessario lasciare da parte l’ansia di voler ottenere tutto e subito e puntare piuttosto sulla costanza della pratica. E’ necessario soprattutto concedersi del tempo. L’impazienza, il non saper attendere, può essere un grande ostacolo per chi si avvicina a questa disciplina per la prima volta. Pensandoci bene però, se un blocco fisico o psicologico ha impiegato decenni per consolidarsi, come possiamo pretendere che si risolva dopo qualche settimana?
Diversi studi dimostrano, infatti, che i primi benefici di una pratica regolare di 1/2 lezioni alla settimana arrivino dopo una frequenza che va dai tre ai sei mesi.
Per questo continuità e perseveranza sono fondamentali se si intende progredire passo dopo passo con un’andatura costante che ci permetta di gioire dei nostri piccoli grandi successi e di accettare serenamente i nostri limiti del momento, senza sentirsi frustrati o demotivati.
Se si riesce a superare questo primo scoglio iniziale, allenandosi all’ascolto di se stessi, del corpo e del proprio mondo interiore, questa consapevolezza diverrà una solida base per un reale e costruttivo progresso.
Lo yoga non è una pillola che prendiamo svogliatamente rimanendo passivi e aspettando che faccia effetto. Lo yoga è una disciplina che parte da un impegno che prendiamo attivamente con noi stessi ogni giorno e che ci rende pienamente consapevoli e responsabili della nostra vita, fautori delle nostre scelte e del nostro benessere. Lo Yoga è pratica.